Spettacolo

Le città di pianura, il road movie ai David di Donatello

di Noemi Perfetto

 

Le città di pianura è il film di Francesco Sossai, giovane regista veneto al suo secondo lungometraggio, che ha portato a casa 8 David di Donatello. È un road movie di inconscia ispirazione hollywoodiana, con un ritmo e un colore tutto italiano.
Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) sono due vecchi amici che hanno passato la cinquantina.
La loro esistenza fragile e informe di giorno, diventa epica e adrenalinica nella notte quando, ubriachi e maledetti, impazzano nella loro auto-scassone.

Una sera incontrano Giulio (Filippo Scotti), giovane napoletano migrato al nord per studiare architettura.
I due amici vedono nello studente solitario la linfa e il candore di cui sono visibilmente assetati e lo invitano a bere insieme un ‘’ultimo bicchiere’’ prima di tornare a casa. Giulio, un po’ incuriosito un po’ nauseato dai due, si abbandona e si concede a quell’invito inconsueto.

Sullo sfondo di una notte tinta di colori saturi come illuminati da un tramonto, i tre perdono il conto dei bicchieri bevuti e presto decidono di viaggiare in auto verso Mary, il ristorante leggendario dove Carlobianchi e Doriano hanno custodito alcuni dei loro ricordi più felici, che non vedono l’ora di ripercorrere con Giulio.
Mentre macinano chilometri insieme, i tre si conoscono, si raccontano, sollecitano le note mancanti nelle melodie delle loro vite, non sempre riuscendoci, ma spesso ridendo leggeri.
Giulio, a cui la vita non ha ancora regalato emozioni tanto indimenticabili, vive libero la sua esperienza sconclusionata, scrutando i suoi compagni, ubriaconi o filosofi, sicuramente dei vinti, ma amici come Giulio non ne ha mai visti prima.

Carlobianchi e Doriano si rigenerano a contatto con la giovinezza di Giulio, che pur essendo un ragazzo giudizioso e per niente stravagante, riluce di quell’indimenticabile sensazione della vita prima: la vita prima della caduta delle illusioni, prima della scoperta della solitudine, della morte, della burocrazia, prima di deludere le aspettative che gli altri avevano su di noi, prima di deludere quelle che noi avevamo su di noi, prima di sapere che anche noi, malgrado il tanto averci creduto, non saremmo riusciti a trovare il senso della vita.

Carlobianchi e Doriano hanno infinita fiducia nel passato e finiscono per vivere il presente come un limbo popolato solo di chimere e nostalgie. Attendono ingenui il glorioso ritorno in città di Genio (Andrea Pennacchi), il terzo di quando erano in tre, l’amico stratega, sagace e leale, che viene a riscattare ciò che gli è dovuto dopo aver pagato il suo debito con la giustizia. Ma vedranno coi loro stessi occhi che Genio torna drammaticamente nella sua Itaca per scoprire che niente è come ricordava e che ciò che è stato non può più essere recuperato.

I due amici non hanno il talento per scrivere un finale ai loro giorni o alla loro vita, ma conoscono una strategia: bere ‘’l’ultimo bicchiere’’, sempre. Per posticipare la fine, per avere ancora un’ultima faccenda in sospeso col giorno e ritardare quel momento in cui la mancanza di qualsiasi sentire li trascinerà nel vuoto cosmico.

Le città di pianura di Francesco Sossai sono sterili, anonime, si descrivono con quello che non sono, né montagna, né laguna; prive di bellezza, nell’immaginario fantastico di un paesaggio degno di essere dipinto, nemmeno esistono. Sono il tragico scenario su cui Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, con i loro i volti sporchi, imperfetti e assolutamente reali, animano una fotografia degli ultimi a resistere nei piccoli paesi di provincia, in onore a una sceneggiatura semplice, esistenzialista e brillante.

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