I DON’T CARE , I AM INVISIBLE
Barbara Crespigni intervista Claudia Piscitelli
“I don’t care, I am invisible” è il titolo della mostra al Museo della Moda di Napoli che è stata prorogata al 10 ottobre con nuove opere da settembre.


E’ un titolo evocativo, che fornisce una chiave di lettura dell’esposizione, una modalità di accesso al significato dei lavori presentati. Lo hai pensato da subito, e quindi è stato anche una guida per creare le opere oppure ci sei giunta a posteriori, dopo aver lavorato?In generale come nascono frasi che puntualmente accompagnano la tua produzione?
I don’t care, I am invisible- e’ il mio manifesto, il mio mantra nell’arte e nella vita da quandoero piccola- Nell’arte, perché la consapevolezza dell’espressione condivisa di me stessa, attraverso disegno, pittura e scrittura e’ arrivata tardi nella mia vita, nel senso che, è sempre esistita come espressione, ma “artista” sono diventata un po’ senza accorgermene, per l’urgenza interiore di condivisione della mia visione e di giocare seriamente con segno e colore – E quando il gioco diventa serio il mondo dell’arte contemporanea non scherza. Allora “i don’t care” se non vendo le opere, se riesco a organizzare mostre in istituzioni italiane ed estere senza conoscenze e raccomandazioni, se divento “artista “ solo per pochi, che mi riconoscono e danno spazio al mio lavoro, perché resto “invisible” e l’invisibilita’ e’ potere e protezione nella mia esperienza- Nella vita, lo stesso, tutti attraversiamo i nostri piccoli e grandi problemi, la mia strategia anche lì e’ “I don’t care” nel senso di andare avanti con leggerezza e “i am invisible”, almeno lo spero, cosicché piccoli e grandi problemi, una volta accaduti e superati, non mi vedano più- La mia scrittura è mia nel senso che si tratta sempre di pensieri e realizzazioni che mi appartengono profondamente, ma ammetto che spesso sono tracce di pensieri di anime più grandi di me che restano impresse e tornano in corrispondenza della creazione di quadri o disegni.
Ci vuoi raccontare la genesi della mostra? E’ stata episodica, legata a una ispirazione momentanea, oppure profondamente ancorata alle profondità della tua ricerca? Ci vuoi aiutare ad entrare nell’atelier , nello studio dell’artista? Quando e come è nata dunque l’idea della mostra? E poi una volta trovato un centro tematico ti dedichi solo a quello o i tuoi numerosi nuclei di lavoro permangono?
La mostra nasce 4 anni fa da una visita alla fondazione di Anselm Kiefer a Barjac in Francia. Li’ sono rimasta affascinata dalle sue sculture che rappresentano vestiti vuoti. Kiefer li dedica a personaggi femminili più o meno fantastici, la maga Circe, Rapunzel, tra quelli che mi hanno colpito- Mi sono chiesta cosa accade se un’artista donna utilizza lo stesso linguaggio, nel mio caso si tratta di dipinti, per raccontare archetipi femminili visti “da dentro” perché, in quanto donna, mi appartengono profondamente e non vengono solo dipinti ma “sentiti”- Così 4 anni fa sono nati i miei vestiti vuoti- Successivamente si è aggiunto l’ipnotista cioè quello che è nella mia esperienza personale, comunque condivisa da tante donne, l’interazione sentimentale con il maschile- L’ipnotista domina attivando gli archetipi ma, allo stesso tempo, se il femminile si libera dagli stessi, pur appartenendovi, lascia il maschile con tanti vestiti vuoti e l’essenza, il sacro femminile invisibile, diviene inafferrabile-
Non lavoro con centro tematico e nuclei di lavoro- ho molti progetti che sono come delle creature che hanno vita propria, non sono mai conclusi e definivi, continuano a crescere e fiorire e richiedono cura- In alcuni momenti, al tempo giusto, vengono condivisi con i miei libri e nelle mostre in cui questi miei mondi privati si aprono alle persone che desiderano partecipare alla mia visione-
Quindi le varie personalità espresse dai tuoi vestiti, questi archetipi che si sottraggono al potere incantatore maschile, esprimono altrettante possibilità della psiche, del comportamento femminile? Le varie sfumature, quali ad esempio l’Amante, la Viaggiatrice, L’intellettuale sono declinazioni allo stesso tempo universali e personali dell’io?
Certamente non considero l’archetipo come qualcosa di freddo, una definizione distante e distaccata dalla realtà, piuttosto proprio un modo di essere che con mille sfumature diverse,che, a seconda di chi lo impersona, ci definisce e caratterizza in determinati momenti dell’esistenza. E, ancora, non in maniera chiara, definita e definitiva, spesso da’ forma a personalità complesse e variegate in cui l’amante, la narcisista, la viaggiatrice emergono in misura diversa, in momenti diversi, come ingrediente della ricetta della nostra identità femminile. Magari non tutte indossiamo tutti i vestiti che ho dipinto, sicuramente ognuna in modo diverso- Per quanto mi riguarda, tutti i vestiti esposti mi appartengono e molti altri che ancora potrei creare raccontandoli dall’invisibilita’ necessaria per poterli vedere vuoti-
In questa visione organica dell’identità femminile con le sue proiezioni vuoi tornare un attimo sul ruolo dell’elemento maschile? E’ a partire da esso che la figura della donna si emancipa come in una danza liberatoria? E’ forse un primo e necessario punto di partenza per esperire libertà e attribuzione di senso? Oppure ci può essere identità anche al di là di questo dialogo serrato?
Credo, banalmente, che tutto l’universo obbedisca all’amore, credo proprio nell’amore dantesco :””L’amor che move il sole e l’altre stelle”. E ancora, quello che si vive e si genera nell’ incontro tra maschile e femminile e’ una manifestazione potentissima di questo amore. La donna non si emancipa nella relazione con il maschile se si trova a vivere questo tipo di amore- Può emanciparsi quando lo perde servendosi del dolore come alchimia trasformativa, quella che racconto nella mostra sull’invisibilita’- Più che emancipazione, parlerei di crescita e liberazione attraverso la perdita- L’identità resta sempre, anche se si vive un alto grado di fusione in una storia d’amore intensa, identità non tanto come personalità, ma come essenza che l’assenza dell’oggetto amato, sorprendentemente, espande e rende pienamente consapevole-
Per rimanere in tema di amore e di relazioni che sfidano il dato del qui ed ora, hai voluto dedicare la mostra a tuo fratello Tito. Vuoi parlarcene?
In questa mostra si parla di invisibilità, non curanza e amore- Quello che sento, a livello personale, per la mia storia come essere umano e attraverso l’idea che mi sono fatta di altre dimensioni, dove anime invisibili abitano e continuano a comunicare con noi-Ma anche attraverso i miei disegni e le mie parole ho cercato di dare voce a un esercito invisibile che esiste, incarnato, qui ed ora, fatto di persone semplici e vere sopraffatte dal mondo in cui viviamo, un mondo performativo e senza pietà che non perdona i cosiddetti fragili, l’autenticità e l’indifferenza rispetto alle “regole” del sistema: successo denaro e conformismo-
Mio fratello era un giovane “favoloso” , come probabilmente lo sono stata anche io, un regista di talento, sensibile, ma estremamente fragile, un “invisibile” appunto. Ha lavorato tanto, nel tempo che gli è stato dato, per aiutare ragazzi e bambini, non solo a Napoli, ma anche a Salvador di Bahia. Li ha fatti recitare, viaggiare e divertire ed è stato ucciso, anche se aveva una grande fiducia nella possibilità di riscatto delle persone che nascono meno fortunate, da uno di loro- Io lo ho molto amato ed è la persona della mia famiglia con cui mi capivo di più, per questo ho voluto dedicare la mia mostra a lui e spero, devolvendo il ricavato del mio lavoro al Lar da Crianca in Brasile, di contribuire a quello che lui aveva iniziato.
