Odissea di Nolan, il fenomeno cinematografico dell’anno
di Noemi Perfetto
In questi anni di streaming violento, l’ultima uscita cinematografica si guarda in compagnia di qualcuno, in tv, sul divano di casa, o peggio sul cellulare, da soli, swippando all’occorrenza le notifiche che appaiono sulle facce degli attori.
Il film Odissea è uscito nelle sale a luglio 2026 per invertire ogni tendenza e portare sulle poltrone, al cinema, milioni di spettatori in tutto il mondo.
A capo dell’operazione c’è Christofer Nolan, regista britannico di fama mondiale, noto per la sua personalissima e disorientante rappresentazione del tempo. Autore di capolavori quali Memento, Il cavaliere oscuro, Interstellar, Inception, ambisce direttamente all’eternità scegliendo per il grande schermo una sceneggiatura di più di duemila anni fa, pensata e poi girata interamente in formato analogico, su pellicola, con negativo IMAX 15/70 in grado di registrare fotogrammi di eccezionale grandezza, che contengono una enorme quantità di dettaglio dell’immagine.
Il cavallo di Troia, sui nostri libri disegnato con un tratto di matita leggero e tinto con colori pastello, è nero lucente, gigantesco e pesante. Mentre un’orda di troiani lo trascina a fatica verso le porte della città, noi siamo portati a vedere al suo interno, dove gli achei resistono ammassati, disidratati, muti, schiacciati tra uomini deceduti e feci.
Il mostruoso ciclope ha un viso dalle fattezze sospettosamente umane, c’è tormento nella smania delle mani di Circe, le faccende in sospeso si incollano nere e fangose sugli insepolti nell’Ade, l’angosciosa enormità degli argonauti rivela il loro cammino spietato e violento.
I personaggi leggendari del poema diventano creature plausibili, generate da un’imperfetta armonia tra il mito e l’umano, potenziata talvolta con un meticoloso utilizzo della CGI ( computer-generated imagery).
Ulisse è un eroe incompiuto, non è per natura il più forte o il più veloce, ma il più furbo. Non è impavido, ma accorto e risoluto, spesso vivo solo perché fortunato.
È un veterano di guerra inquieto che tenta di ricostruire la storia del suo viaggio, desideroso e al tempo stesso spaventato di tornare a casa, dove non sa chi ancora lo aspetta e se qualcuno ancora lo ama. Ai margini della sua stessa identità, si tormenta per il suo errore più grande: ha tradito il tacito patto inviolabile tra tutti i popoli del mondo, facendo credere ai suoi nemici che stessero accettando un dono di pace, mentre invece lasciavano entrare nelle loro case l’inganno che avrebbe raso al suolo la città di Troia e sterminato la sua popolazione.
Il gesto considerato da tutti i Greci geniale e degno di gloria è per il re di Itaca un intrigo vigliacco e imperdonabile.
Una rilettura coraggiosa per un colossal così ambizioso in questo fragile momento della storia dell’umanità in cui l’arte spesso preferisce parlare d’altro piuttosto che schierarsi.
Sulle note tanto emozionali quanto riconoscibili del compositore Ludwig Göransson, apre il canto di Omero il rapper statunitense Travis Scott, aedo dei giorni nostri che nei panni di Demodoco, custodisce, canta e tramanda la memoria collettiva, la realtà, una storia. Matt Damon interpreta UIisse, Anne Hathaway Penelope, Charlize Theron è Calipso, Zendaya è, per brevi e significative apparizioni, il volto di Atena. Tra tutte, speciale l’interpretazione di Tom Holland per un Telemaco genuino, infantile e romantico e quella di Robert Pattinson, nel ruolo di Antino, che trasforma ‘uno dei cattivi’ in un’antagonista memorabile, un crudele vero, negli occhi e nel cuore.
