Quali colori abbellivano le statue antiche?

Quali colori abbellivano le statue antiche?

Tracce cromatiche spezzano il nitore del marmo delle statue antiche: dal 2018, grazie al progetto di ricerca “MANN in Colours”, è in corso lo studio dei colori che abbellivano i capolavori classici, oggi soltanto apparentemente bianchi ai nostri occhi.

“MANN in colours” si arricchisce, così, di un nuovo ed importante itinerario di indagine: si tratta di “ECOValors” (Ecosustainaible project for Conservation and Valorization of color traces on Marble sculptures), prestigiosa collaborazione che unirà, per un biennio, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ed il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

Lo studio della policromia  antica, in particolare sulla statuaria, è un viaggio meraviglioso che abbiamo intrapreso da tre anni con -MANN in Colours- , ancora più coinvolgente perché ci consente di condividere ogni scoperta con i nostri visitatori. Ma se, dal passato, affiorano più colori di quanti potevamo immaginarci, il futuro non potrà prescindere dal ‘verde’. Ed è molto significativo che il progetto satellite ECOValors con l’Università Tor Vergata, utilizzi per la sua ricerca  quella che oggi viene definita Green Chemistry.  Lavorare su conservazione e sostenibilità, indagare temi come qualità dell’aria e agenti inquinanti in relazione al nostro patrimonio, è una sfida più che mai attuale e necessaria“, commenta il Direttore del Museo, Paolo Giulierini.

L’Università degli Studi Tor Vergata è sempre stata molto aperta alle collaborazioni esterne, perché considera prioritario, nella propria mission, il riscontro a diverse esigenze di conoscenza:  i risultati di questo lavoro sono evidenti e si devono, innanzitutto, al taglio multidisciplinare dell’approccio scelto. La cultura, non solo scientifica, sarà la chiave di volta per ripartire e costruire il futuro con fiducia. Ricerca, didattica e terza missione saranno termini fondamentali in questo percorso“, dichiara il Rettore dell’Università “Tor Vergata”, Orazio Schillaci.

ECOValors partirà dall’analisi dei risultati raggiunti da  Cristiana Barandoni (ideatore e responsabile scientifico del progetto “MANN in Colours”) ed Andrea Rossi (responsabile delle indagini diagnostiche del programma): sino ad oggi, sono state esaminate circa venti statue, conservate nella Collezione Farnese e nei depositi dell’Archeologico.

Sorprendenti le prime evidenze venute alla luce con le indagini: come illustra Barandoni, “sul tronco della celebre Venere in Bikini, ad esempio, sono stati recuperati numerosi pigmenti in verde; si è compreso, ancora, che la veste della dea era originariamente abbellita con lacca di garanza e blu egizio, connotando la tipologia iconografica di Afrodite con sandalo. Numerose tracce d’oro sul mantello rimarcano quanto sontuosa dovesse apparire agli occhi degli antichi questa piccola statuetta. A questo si aggiunge  che fu usata biacca (bianco di piombo) per uniformare la pelle della Venere (lo stesso dicasi per l’Erote ai suoi piedi), in modo da creare uno strato omogeneo per l’applicazione successiva dei colori“.

Ancora sorprese “in gradazione” sono emerse dalla Venere Marina: la statua è stata irradiata con luce ultravioletta e la fluorescenza rosata, che ne deriva, è segno inequivocabile dell’antico utilizzo di lacca di Robbia; inoltre, la VIL (luminescenza visibile indotta) ha permesso di riscontrare tracce di blu egizio. Anche la Figura Dionisiaca della Collezione Farnese ha dato risultati sorprendenti, evidenziando l’uso di blu egizio, terra rossa e miscela con ocra gialla.

Dall’emozione della scoperta alla necessità di preservare il colore: sempre in continuità con “MANN in colours”, interviene ECOValors, che ha come obiettivo principale quello di indagare chimicamente i pigmenti in matrici policrome composite, il loro stato di conservazione, le tecniche di stesura dei colori, le materie prime utilizzate e la loro provenienza geografica. Durante le indagini saranno impiegati anche dispositivi di superficie non invasivi, in grado di identificare l’interazione tra la materia scultorea e gli agenti atmosferici, rilevati negli ambienti museali.

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