Teatro Tram: amore, lussuria e potere in “Salomè”

Torna la consueta attenzione del Teatro TRAM alle riscritture dei classici con “Salomè”, in scena dall’1 al 4 dicembre 2022 con la regia di Francesco Lonano. Il testo, ispirato a Wilde e Flaubert, racconterà l’amore, la lussuria e il potere, grazie alla prestazione attoriale di due attrici, Eleonora Cimafonte e Katia D’Ambrosio, e un attore, Dario Guidi, in uno spettacolo ricco di rimandi alla letteratura, alla Bibbia, all’arte, alla realtà contemporanea.

La Salomè biblica non è che un’ombra nei testi sacri. La sua leggenda ha attraversato i secoli, trascinando con sé scintille di tempo. Nella Bibbia (Mc 6,17 – 19), la vediamo carnefice suo malgrado, marionetta nelle mani della sete di vendetta di sua madre, sotto gli occhi lussuriosi del suo regale patrigno. Proprio la sua essenza impalpabile ha permesso ai tanti autori che hanno ripercorso la vicenda di condensare nella figura di Salomè gli archetipi della tentazione e della volubilità umana, restituendo una spessa tridimensionalità ai personaggi che le ruotano intorno.

Eppure la sua storia racconta molto di più, descrive il nostro tempo. Rifacendosi ai testi di Wilde e Flaubert, il collettivo Cenerentola porta in scena una storia di amore, potere, sesso e morte. Come perno fatale, Salomè attiva attorno a sé i destini di Erode, di Erodiade, di Giovanni il Battista. Quest’ultimo è una presenza invisibile, presagio latente, che insieme attrae e respinge Salomè (Katia D’ambrosio).

Erode (Eleonora Cimafonte) ed Erodiade (Dario Guidi) rincorrono l’inevitabile sorte di chi, credendo di comandare, è comandato. Sul fondo della cisterna, spicca la purezza di Narraboth e del suo amore incontaminato per la principessa. Ma questo amore non può da solo reggere il peso di tanta oscurità. La luna, presenza costante, cangiante e viva, sembra scrutare dall’alto la miseria di chi la contempla.

La riflessione sulla doppiezza, sul potere e la volubilità umana è stata al centro del lavoro attoriale e registico – spiega Lonano -. Giocando su una compresenza di ruoli e inclinazioni, vogliamo restituire la parabola di un’umanità alla deriva, schiava del desiderio e oppressa dal senso della fine incombente, tragicamente speculare alla nostra quotidianità contemporanea. L’ambientazione dello spettacolo è stata ribaltata. Herode, Herodias e Salomè vivono prigionieri nella cisterna di Jokanaan. Vivono in una condizione di ristrettezza, sfioriti e si nutrono di scarti alimentari. Questo ribaltamento, pur non stravolgendo la dinamicità della drammaturgia, sottolinea ed esalta una delle caratteristiche più interessanti del testo di Wilde. Immaginando questa cisterna come la caverna del mito di Platone, realizziamo che i personaggi vivono in una condizione di oscuramento della vera realtà delle cose. Ciò ci ha permesso di interrogarci e porre l’attenzione su un tema di grande attualità: l’impotenza del potere. Da qui la scelta di delegare a tre volti bronzei la presenza del profeta Jokanaan, motore assente della vicenda, terrorizza e innamora, con la forza delle cose invisibili. Aspetto fondamentale della progettazione registica, oltre all’accurata ricerca filologico poetica, è l’esaltazione della tecnica attoriale di questi tre giovani attori che si mettono in gioco anche a livello musicale e coreografico”.

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